Migranti massacrati, Mediterraneo

Si può amare un luogo, si può conoscerlo. Ne avevo sentito parlare, ho incontrato persone legate alla loro terra, ma non avevo mai capito cosa significasse. Qualche giorno fa ho iniziato un libro di Izzo. “Aglio, menta, e basilico” il titolo. Izzo ama il mediterraneo, le sue due sponde, le città che lo penetrano coi loro porti e che nascono e si trasformano per la loro unione col mare. Lo conosce perché si appropria del suo territorio e dei suoi ricordi. Perché dovunque vada si sente a casa, impara i miti ed entra a far parte, per un attimo, di quella storia. Lo conosce e lo ama perché il Mediterraneo, con la sua cultura, i suoi popoli, i suoi autori è una parte viva di lui e in fondo anche lui è una piccola parte della storia del mediterraneo, come tutti, e, come pochi, se ne rende conto.

Solo da uno come Izzo poteva nascere l’idea tanto assurda quanto sensata che l’Europa, in particolare quella mediterranea si stia dimenticando un pezzo di sé, stia diventando troppo europea dimentica del suo passato di terra bagnata dallo stesso mare dell’oriente e dell’Africa. Si stia dimenticando che proprio da lì ha avuto origine. Scrive Izzo:

Ovunque vado, oggi, ormai non mi parlano altro che di Europa. È per questo che vengo al faro Sainte-Marie. C’è di che disperare. Perché io non vedo nessun futuro europeo a Marsiglia. Nonostante quello che dicono. Marsiglia è città mediterranea. E il mediterraneo ha due rive. Non solo la nostra. L’Europa parla di una soltanto, oggi, e seppiatelo, in Francia questo va fin troppo bene. Trasformano questo mare, per la prima volta, in una frontiera tra oriente e occidente, tra levante e ponente. Ci separano dall’Africa e dall’Asia minore.
In nome delle Andalusie perdute, di Alessandria silenziosa, di Tangeri spezzettata, di Beirut massacrata, ci saremmo potuti ricordare che la cultura europea è nata sulle rive del Mediterraneo, nel Medio Oriente. Europa, casomai ci fosse il bisogno di ridirlo, era una dea della Fenicia rapita da Zeus!

Lui parla di Marsiglia, in particolare. In Italia tra colonie greche e fenicie, l’impero romano, le dominazioni arabe, le repubbliche marinare e i loro rapporti con l’oriente, credo possa valere lo stesso. Certo ne è passato di tempo da quando S. Agostino lasciava l’Algeria, sua terra Natale, per diventare, a Milano, padre della chiesa; sono passati i secoli da quando imparavamo la trigonometria dagli Arabi e loro erano i più grandi conoscitori di Aristotele. A lungo, tra guerre e massacri, le due sponde del mediterraneo sono state strettamente legate. Poi qualcosa è cambiato, cosa non saprei. Sta di fatto che l’Africa è diventata sempre più terra da sfruttare, e degli africani ci interessiamo solo quando cercano di varcare le frontiere. Pochi giorni fa è stato pubblicato un docufilm sui migranti che cercano di raggiungere la Spagna dal Marocco: sono accolti con spranghe e bastoni. È il video all’inizio di questo post. Nei nostri CIE non va tanto meglio. Sono centri di detenzione amministrativa, in cui sono rinchiuse persone che non hanno commesso reati, i reclusi sono migranti irregolari. I tempi di detenzione arrivano fino a 18 mesi, diverse associazioni denunciano la disumanità delle condizioni di vita al loro interno. Qui un link al sito di lasciateCIEntrare, per chi volesse approfondire.

Sì guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Eduard Glissant chiama “la creolità mediterranea.”
È qui che si gioca tutto. Fra il vecchio pensiero economico, separatista, segregazionista (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, in cui l’uomo rimanga padrone sia del suo tempo sia del suo spazio geografico e sociale.
Questo rivendico. Pienamente. Per fedeltà ai primi due amanti di Marsiglia, Gyptis e Protis. E quindi per amore.

Izzo, Aglio, menta e basilico.

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