Ma che cos’è il “Jobs Act”?

Ma che cos’è il “Jobs Act”? Si litiga, ci si insulta, si fa propaganda e spesso i termini della questione passano in secondo piano. Ci si perde dietro ad accuse di conservatorismo incrociate, si imbastiscono azzardati paragoni con le discriminazioni del secolo scorso, ma del merito della questione si parla poco. Spero con queste righe di chiarire alcuni elementi.

Dunque, la polemica e la discussione intorno all’articolo 18 sono nate con l’approvazione all’interno della commissione lavoro del senato di un emendamento, proposto dal Governo, all’articolo 4 del “Jobs Act”. Il testo emendato prevede una delega al governo le cui materie principali sono le seguenti:

a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;

b) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;

c) revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento;

d) revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;

e) previsione della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;

Qualora Camera e Senato approvino questo testo il Governo avrebbe facoltà di legiferare liberamente su questi temi, i decreti legislativi che verrebbero così prodotti non sarebbero in alcun modo modificabili dal parlamento se non con un nuovo atto legislativo. Ogni decisione spetterebbe esclusivamente a Renzi e ai suoi ministri, nel solco delle disposizione della legge delega a pena di incostituzionalità. Ed è proprio questo il punto contestato anche perché i limiti della delega sono molto ampi e di conseguenza sono possibili molte letture e esiti normativi diversi. La minoranza del PD ha depositato al senato sette emendamenti il cui fine è quello di circoscrivere l’azione del Governo e indirizzarla in maniera meno equivoca. Difatti, allo stato attuale, il documento non vincola effettivamente il governo a ridurre le tipologie di contratto di lavoro, non chiarisce in quanto tempo il nuovo contratto a tutele crescenti arriverà a garantire pienamente i lavoratori, né quali saranno le tutele a cui si avrà effettivamente diritto. Rimane dubbio anche il rapporto tra questo contratto e altri contratti a tempo determinato. Un lavoratore che ha terminato un contratto precario di tre anni con un datore di lavoro e viene riassunto dallo stesso col nuovo contratto a tutele crescenti è subito ammesso alla totalità delle tutele o deve aspettare altro tempo? Il testo questo non lo dice, ma sembrerebbe un elemento essenziale. Appaiono poi vaghi i limiti relativi al demansionamento e al controllo a distanza.

Nel primo caso si tratta della possibilità dei datori di lavoro di impiegare la forza lavoro per mansioni diverse da quelle per la quale è stata assunta, attualmente le categorie in cui ogni lavoratore dipendente è inquadrato sono definite dai contratti collettivi e costituiscono un vincolo ai compiti che possono essere assegnati al personale. Per fare un esempio non si può chiedere ad un impiegato di incominciare a fare il magazziniere. La misura è una tutela per i lavoratori che sanno quali sono i limiti di ciò che può essere richiesto loro, sono sottratti al ricatto di essere destinati ad attività molto meno qualificanti rispetto a quelle a cui si stanno dedicando. Si tratta quindi di una misura volta a tutelare il lavoratore, parte debole del contratto, sottraendola alla discrezionalità del suo datore di lavoro. Una volta di più la delega non è dettagliata nei principi da seguire, si fa unicamente riferimento alla necessità di contemperare le esigenze della produzione con quelle del lavoratore e a quello di dover mantenere un limite oltre il quale il demansionamento non è possibile. Quali debbano essere i criteri per un corretto contemperamento degli interessi e per definire il demansionamento massimo accettabile è lasciato totalmente all’arbitrio del governo.

Discorso analogo per quello che riguarda la “revisione della disciplina dei controlli a distanza” attualmente regolata dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori. La norma vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. Eventuali strumenti di controllo che siano necessari per esigenze organizzative, produttive o di sicurezza possono essere installate con l’accordo dei sindacati o secondo le disposizioni dell’Ispettorato del lavoro. Come sopra si vuole evitare che i lavoratori siano posti sotto ricatto attraverso l’osservazione continua e l’uso strumentale di loro fisiologici momenti di distrazione o stanchezza. Qui i limiti posti sono quelli della riservatezza e della dignità del lavoratore. Non si capisce poi, anche leggendo la relazione del sen. Sacconi che presenta la legge all’assemblea parlamentare, quale possa essere l’utilità di questo punto della riforma in relazione alla finalità per cui è concessa la delega, ossia “rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione”.

Altra incertezza riguarda il finanziamento degli ammortizzatori sociali. Il “Jobs Act” prevede anche una delega per il loro riordino, tuttavia quali saranno i fondi destinati ai lavoratori involontariamente disoccupati sarà definito solo con la prossima legge di stabilità e fino ad allora sarà difficile valutare l’impatto sociale della norma e quindi la sua bontà. C’è quindi chi chiede che si intervenga sulla revisione dei contratti di lavoro e delle tutele dei lavoratori solo contestualmente alla definizione di quali saranno i finanziamenti destinati alla sicurezza sociale.

Alla luce di tutto questo si contesta una limitata definizione dei principi della delega di cui all’art.4 della riforma – particolarmente evidente se la si confronta a quelle previste negli altri articoli- soprattutto in relazione a quella che sembra l’interpretazione che ne dà Renzi. Si teme una drastica riduzione delle garanzie dei lavoratori dipendenti, rendendo più facili i licenziamenti, e che al contempo non si predisponga una valida rete di ammortizzatori sociali per chi dovesse perdere il lavoro. Si teme per l’appunto perché di certo non c’è ancora nulla e spesso si ragiona solo su indiscrezioni o annunci del Governo senza sapere a quali si può prestare maggiore fede. Di dichiarazione disattese è piena la storia di molti governi. Certo è che la delega lo consentirebbe.

Due parole sull’art.18 dello statuto dei lavoratori sono ora indispensabili. L’articolo si occupa della tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo. Si tratta cioè di un licenziamento che costituisce un inadempimento contrattuale. Il rapporto di lavoro è regolato, come tutti gli accordi a contenuto patrimoniale, da un contratto che in questo caso rientra tra quelli definiti di durata, ossia di quei contratti destinati a produrre obbligazioni periodiche o continue nel tempo. Per fare un esempio è un contratto di durata quello stipulato con la società che vi fornisce l’acqua corrente in casa, o quello con l’editore dei giornali o periodici a cui siete abbonati. Alcuni di questi contratti sono a termine, esiste un momento dopo il quale nulla è più dovuto tra le due parti, ve ne sono altri, come quello di fornitura di acqua corrente, che sono privi di termine. A questa seconda categoria afferiscono ovviamente i contratti di lavoro a tempo indeterminato. Il nostro ordinamento non è propenso a ritenere i contraenti vincolati per l’eternità al loro accordo e si preoccupa di stabilire quando è possibile recedere da un contratto. L’art. 18 non disciplina, però, questo tema, ma si limita a disciplinare le tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, ossia prodotto da un atto contrario al diritto e pertanto passibile di sanzione. In questo caso il datore di lavoro non adempie più alle obbligazioni pattuite ed è contrattualmente inadempiente. Il codice civile è ben chiaro di quali siano le conseguenze di questa fattispecie: la parte inadempiente è tenuta al risarcimento del danno subito dalla controparte, tanto per quello che riguarda le perdite subite dal suo patrimonio -non è questo il nostro caso- quanto per i guadagni mancati dovuti all’inadempimento. L’articolo 18 prevedeva, prima della riforma Fornero, il reintegro del lavoratore nell’azienda e il pagamento allo stesso del reddito non percepito dalla data del licenziamento a quella del reintegro. Nel 2012 il governo Monti riesce a far modificare la norma, in alcuni casi non è previsto il reintegro ma solo il pagamento di un’indennità risarcitoria. Il licenziamento resta illegittimo, ma il danno del lavoratore viene definito forfettariamente e monetizzato. Si è così creata una tutela a metà che consente la tranquillità economica per un certo periodo di tempo, ma non assicura che si potrà godere di un reddito in futuro. Su questa strada vuole continuare il Ncd, cosa abbia in mente Renzi lo spiegherà nella direzione del PD di domani.

Gran parte della campagna mediatica a favore della riforma si basa sulla dicotomia tra lavoratori tutelati dall’articolo 18 e lavoratori che non lo sono. In effetti l’articolo 18 si applica solo alle aziende con più di quindici dipendenti e ai lavoratori con contratti indeterminato, ma tutto ciò ha una motivazione e non è un residuo della follia dei tempi passati. I lavoratori a tempo determinato hanno un contratto a termine e di conseguenza il reintegro non avrebbe alcun senso poiché si tratta di un accordo che non si protrae indefinitamente nel tempo ma si conclude in un momento preciso; nelle piccole aziende è invece fondamentale il rapporto tra dipendenti e datore di lavoro anche perché spesso lavorano nello stesso ambiente ed è il datore di lavoro ad organizzare direttamente il lavoro degli altri. Laddove venga a mancare la fiducia tra le parti, o la relazione personale si guasti diventa difficile immaginare che si possa preservare il rapporto. Tutto questo non avviene nelle imprese medio-grandi dove i rapporti tra proprietà e lavoratori sono più indiretti e quindi si pongono problemi del tutto diversi.

Non voglio con ciò sostenere che non vi sia una parte consistente dei lavoratori non provvista di sufficienti tutele e che non sia un tema da affrontare con la massima urgenza, non credo però che per risolvere la questione sia necessario ridurre le tutele previste dall’articolo 18, già notevolmente ammorbidito dalla riforma Fornero.

In definitiva pare che il disegno di legge metta capo al rischio di un aumento del potere contrattuale e di ricatto dei datori di lavoro attraverso una possibile diminuzione delle tutele per i lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, l’ammorbidimento dei vincoli di impiego legati alle mansioni e la possibilità di introdurre controlli a distanza dell’attività lavorativa dei dipendenti. Tutto questo appare ancora più grave data la situazione economica e gli alti tassi di disoccupazione che contribuiscono a rendere più debole la posizione dei lavoratori subordinati. Una maggiore specificazione dei principi che limitano la delega appare così più che auspicabile. Rimane poi la domanda sul perché non si vuole intervenire sulla materia attraverso un normale procedimento legislativo, ma si preferisce rimettere il tutto nelle mani del governo. Sembrerebbe che si voglia evitare un franco ed aperto dibattito su un tema di vitale importanza.

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