Ma che cos’è il “Jobs Act”?

Ma che cos’è il “Jobs Act”? Si litiga, ci si insulta, si fa propaganda e spesso i termini della questione passano in secondo piano. Ci si perde dietro ad accuse di conservatorismo incrociate, si imbastiscono azzardati paragoni con le discriminazioni del secolo scorso, ma del merito della questione si parla poco. Spero con queste righe di chiarire alcuni elementi.

Dunque, la polemica e la discussione intorno all’articolo 18 sono nate con l’approvazione all’interno della commissione lavoro del senato di un emendamento, proposto dal Governo, all’articolo 4 del “Jobs Act”. Il testo emendato prevede una delega al governo le cui materie principali sono le seguenti:

a) individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali;

b) previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio;

c) revisione della disciplina delle mansioni, contemperando l’interesse dell’impresa all’utile impiego del personale in caso di processi di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale con l’interesse del lavoratore alla tutela del posto di lavoro, della professionalità e delle condizioni di vita, prevedendo limiti alla modifica dell’inquadramento;

d) revisione della disciplina dei controlli a distanza, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica e contemperando le esigenze produttive ed organizzative dell’impresa con la tutela della dignità e della riservatezza del lavoratore;

e) previsione della possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati;

Qualora Camera e Senato approvino questo testo il Governo avrebbe facoltà di legiferare liberamente su questi temi, i decreti legislativi che verrebbero così prodotti non sarebbero in alcun modo modificabili dal parlamento se non con un nuovo atto legislativo. Ogni decisione spetterebbe esclusivamente a Renzi e ai suoi ministri, nel solco delle disposizione della legge delega a pena di incostituzionalità. Ed è proprio questo il punto contestato anche perché i limiti della delega sono molto ampi e di conseguenza sono possibili molte letture e esiti normativi diversi. La minoranza del PD ha depositato al senato sette emendamenti il cui fine è quello di circoscrivere l’azione del Governo e indirizzarla in maniera meno equivoca. Difatti, allo stato attuale, il documento non vincola effettivamente il governo a ridurre le tipologie di contratto di lavoro, non chiarisce in quanto tempo il nuovo contratto a tutele crescenti arriverà a garantire pienamente i lavoratori, né quali saranno le tutele a cui si avrà effettivamente diritto. Rimane dubbio anche il rapporto tra questo contratto e altri contratti a tempo determinato. Un lavoratore che ha terminato un contratto precario di tre anni con un datore di lavoro e viene riassunto dallo stesso col nuovo contratto a tutele crescenti è subito ammesso alla totalità delle tutele o deve aspettare altro tempo? Il testo questo non lo dice, ma sembrerebbe un elemento essenziale. Appaiono poi vaghi i limiti relativi al demansionamento e al controllo a distanza.

Nel primo caso si tratta della possibilità dei datori di lavoro di impiegare la forza lavoro per mansioni diverse da quelle per la quale è stata assunta, attualmente le categorie in cui ogni lavoratore dipendente è inquadrato sono definite dai contratti collettivi e costituiscono un vincolo ai compiti che possono essere assegnati al personale. Per fare un esempio non si può chiedere ad un impiegato di incominciare a fare il magazziniere. La misura è una tutela per i lavoratori che sanno quali sono i limiti di ciò che può essere richiesto loro, sono sottratti al ricatto di essere destinati ad attività molto meno qualificanti rispetto a quelle a cui si stanno dedicando. Si tratta quindi di una misura volta a tutelare il lavoratore, parte debole del contratto, sottraendola alla discrezionalità del suo datore di lavoro. Una volta di più la delega non è dettagliata nei principi da seguire, si fa unicamente riferimento alla necessità di contemperare le esigenze della produzione con quelle del lavoratore e a quello di dover mantenere un limite oltre il quale il demansionamento non è possibile. Quali debbano essere i criteri per un corretto contemperamento degli interessi e per definire il demansionamento massimo accettabile è lasciato totalmente all’arbitrio del governo.

Discorso analogo per quello che riguarda la “revisione della disciplina dei controlli a distanza” attualmente regolata dall’art. 4 dello statuto dei lavoratori. La norma vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. Eventuali strumenti di controllo che siano necessari per esigenze organizzative, produttive o di sicurezza possono essere installate con l’accordo dei sindacati o secondo le disposizioni dell’Ispettorato del lavoro. Come sopra si vuole evitare che i lavoratori siano posti sotto ricatto attraverso l’osservazione continua e l’uso strumentale di loro fisiologici momenti di distrazione o stanchezza. Qui i limiti posti sono quelli della riservatezza e della dignità del lavoratore. Non si capisce poi, anche leggendo la relazione del sen. Sacconi che presenta la legge all’assemblea parlamentare, quale possa essere l’utilità di questo punto della riforma in relazione alla finalità per cui è concessa la delega, ossia “rafforzare le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro da parte di coloro che sono in cerca di occupazione”.

Altra incertezza riguarda il finanziamento degli ammortizzatori sociali. Il “Jobs Act” prevede anche una delega per il loro riordino, tuttavia quali saranno i fondi destinati ai lavoratori involontariamente disoccupati sarà definito solo con la prossima legge di stabilità e fino ad allora sarà difficile valutare l’impatto sociale della norma e quindi la sua bontà. C’è quindi chi chiede che si intervenga sulla revisione dei contratti di lavoro e delle tutele dei lavoratori solo contestualmente alla definizione di quali saranno i finanziamenti destinati alla sicurezza sociale.

Alla luce di tutto questo si contesta una limitata definizione dei principi della delega di cui all’art.4 della riforma – particolarmente evidente se la si confronta a quelle previste negli altri articoli- soprattutto in relazione a quella che sembra l’interpretazione che ne dà Renzi. Si teme una drastica riduzione delle garanzie dei lavoratori dipendenti, rendendo più facili i licenziamenti, e che al contempo non si predisponga una valida rete di ammortizzatori sociali per chi dovesse perdere il lavoro. Si teme per l’appunto perché di certo non c’è ancora nulla e spesso si ragiona solo su indiscrezioni o annunci del Governo senza sapere a quali si può prestare maggiore fede. Di dichiarazione disattese è piena la storia di molti governi. Certo è che la delega lo consentirebbe.

Due parole sull’art.18 dello statuto dei lavoratori sono ora indispensabili. L’articolo si occupa della tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo. Si tratta cioè di un licenziamento che costituisce un inadempimento contrattuale. Il rapporto di lavoro è regolato, come tutti gli accordi a contenuto patrimoniale, da un contratto che in questo caso rientra tra quelli definiti di durata, ossia di quei contratti destinati a produrre obbligazioni periodiche o continue nel tempo. Per fare un esempio è un contratto di durata quello stipulato con la società che vi fornisce l’acqua corrente in casa, o quello con l’editore dei giornali o periodici a cui siete abbonati. Alcuni di questi contratti sono a termine, esiste un momento dopo il quale nulla è più dovuto tra le due parti, ve ne sono altri, come quello di fornitura di acqua corrente, che sono privi di termine. A questa seconda categoria afferiscono ovviamente i contratti di lavoro a tempo indeterminato. Il nostro ordinamento non è propenso a ritenere i contraenti vincolati per l’eternità al loro accordo e si preoccupa di stabilire quando è possibile recedere da un contratto. L’art. 18 non disciplina, però, questo tema, ma si limita a disciplinare le tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, ossia prodotto da un atto contrario al diritto e pertanto passibile di sanzione. In questo caso il datore di lavoro non adempie più alle obbligazioni pattuite ed è contrattualmente inadempiente. Il codice civile è ben chiaro di quali siano le conseguenze di questa fattispecie: la parte inadempiente è tenuta al risarcimento del danno subito dalla controparte, tanto per quello che riguarda le perdite subite dal suo patrimonio -non è questo il nostro caso- quanto per i guadagni mancati dovuti all’inadempimento. L’articolo 18 prevedeva, prima della riforma Fornero, il reintegro del lavoratore nell’azienda e il pagamento allo stesso del reddito non percepito dalla data del licenziamento a quella del reintegro. Nel 2012 il governo Monti riesce a far modificare la norma, in alcuni casi non è previsto il reintegro ma solo il pagamento di un’indennità risarcitoria. Il licenziamento resta illegittimo, ma il danno del lavoratore viene definito forfettariamente e monetizzato. Si è così creata una tutela a metà che consente la tranquillità economica per un certo periodo di tempo, ma non assicura che si potrà godere di un reddito in futuro. Su questa strada vuole continuare il Ncd, cosa abbia in mente Renzi lo spiegherà nella direzione del PD di domani.

Gran parte della campagna mediatica a favore della riforma si basa sulla dicotomia tra lavoratori tutelati dall’articolo 18 e lavoratori che non lo sono. In effetti l’articolo 18 si applica solo alle aziende con più di quindici dipendenti e ai lavoratori con contratti indeterminato, ma tutto ciò ha una motivazione e non è un residuo della follia dei tempi passati. I lavoratori a tempo determinato hanno un contratto a termine e di conseguenza il reintegro non avrebbe alcun senso poiché si tratta di un accordo che non si protrae indefinitamente nel tempo ma si conclude in un momento preciso; nelle piccole aziende è invece fondamentale il rapporto tra dipendenti e datore di lavoro anche perché spesso lavorano nello stesso ambiente ed è il datore di lavoro ad organizzare direttamente il lavoro degli altri. Laddove venga a mancare la fiducia tra le parti, o la relazione personale si guasti diventa difficile immaginare che si possa preservare il rapporto. Tutto questo non avviene nelle imprese medio-grandi dove i rapporti tra proprietà e lavoratori sono più indiretti e quindi si pongono problemi del tutto diversi.

Non voglio con ciò sostenere che non vi sia una parte consistente dei lavoratori non provvista di sufficienti tutele e che non sia un tema da affrontare con la massima urgenza, non credo però che per risolvere la questione sia necessario ridurre le tutele previste dall’articolo 18, già notevolmente ammorbidito dalla riforma Fornero.

In definitiva pare che il disegno di legge metta capo al rischio di un aumento del potere contrattuale e di ricatto dei datori di lavoro attraverso una possibile diminuzione delle tutele per i lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, l’ammorbidimento dei vincoli di impiego legati alle mansioni e la possibilità di introdurre controlli a distanza dell’attività lavorativa dei dipendenti. Tutto questo appare ancora più grave data la situazione economica e gli alti tassi di disoccupazione che contribuiscono a rendere più debole la posizione dei lavoratori subordinati. Una maggiore specificazione dei principi che limitano la delega appare così più che auspicabile. Rimane poi la domanda sul perché non si vuole intervenire sulla materia attraverso un normale procedimento legislativo, ma si preferisce rimettere il tutto nelle mani del governo. Sembrerebbe che si voglia evitare un franco ed aperto dibattito su un tema di vitale importanza.

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VERSO UN GORGO DI PAURA

Ovunque vado, oggi, ormai non mi parlano altro che di Europa. È per questo che vengo al faro Sainte-Marie. C’è di che disperare. Perché io non vedo nessun futuro europeo a Marsiglia. Nonostante quello che dicono. Marsiglia è città mediterranea. E il mediterraneo ha due rive. Non solo la nostra. L’Europa parla di una soltanto, oggi, e sappiatelo, in Francia questo va fin troppo bene. Trasformano questo mare, per la prima volta, in una frontiera tra oriente e occidente, tra levante e ponente. Ci separano dall’Africa e dall’Asia minore.
In nome delle Andalusie perdute, di Alessandria silenziosa, di Tangeri spezzettata, di Beirut massacrata, ci saremmo potuti ricordare che la cultura europea è nata sulle rive del Mediterraneo, nel Medio Oriente. Europa, casomai ci fosse il bisogno di ridirlo, era una dea della Fenicia rapita da Zeus!

Izzo, Aglio, menta e basilico.

Izzo parla di Marsiglia. In Italia tra colonie greche e fenicie, l’impero romano, le dominazioni arabe, le repubbliche marinare e i loro rapporti con l’oriente, credo possa valere lo stesso. Certo ne è passato di tempo da quando S. Agostino lasciava l’Algeria, sua terra Natale, per diventare, a Milano, padre della chiesa; sono passati i secoli da quando imparavamo la trigonometria dagli Arabi e loro erano i più grandi conoscitori di Aristotele. A lungo, tra guerre e massacri, le due sponde del mediterraneo sono state strettamente legate. Poi qualcosa è cambiato, cosa non saprei. Sta di fatto che l’Africa è diventata sempre più terra da sfruttare, e degli africani ci interessiamo solo quando cercano di varcare le frontiere.

Sì guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Eduard Glissant chiama “la creolità mediterranea.”
È qui che si gioca tutto. Fra il vecchio pensiero economico, separatista, segregazionista (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, in cui l’uomo rimanga padrone sia del suo tempo sia del suo spazio geografico e sociale.
Questo rivendico. Pienamente. Per fedeltà ai primi due amanti di Marsiglia, Gyptis e Protis. E quindi per amore.

Izzo, Aglio, menta e basilico.


Occorre aggiungere altro?
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UNITI FABBRICHEREMO UNA SEGRATE MIGLIORE!

Le elezioni si avvicinano. Dopo dieci anni di malagestione Alessandrini si volterà pagina, i segratesi sono stufi di rotonde da 200.000€, di bar costruiti per l’astronomica cifra di 600.000€, sono esausti per la tragica gestione dei lavori della BreBeMi ed esasperati per le continue nuove colate di cemento: Questa è l’occasione che aspettiamo da anni, voteranno un sindaco di centro sinistra!

Dicevamo le stesse cose anche lo scorso febbraio. Berlusconi sembrava finalmente finito, il PDL sul punto di spaccarsi nella disperata ricerca di un nuovo leader, si era formata la coalizione ItaliaBeneComune. Il dibattito per le primarie aveva smosso energie e entusiasmi da tempo sopiti.
Poi tutto è precipitato. Berlusconi ha sfruttato la sua forza mediatica. La coalizione oscillava: Monti sì, Monti no, Monti forse. In campagna elettorale, giustamente,non siamo voluti scadere nella demagogia di Grillo, ma non siamo riusciti a scaldare i cuori con le nostre proposte.
Sono arrivate le elezioni e siamo finiti nel baratro di un governo che, almeno a parole, non voleva nessuno.

 Non vogliamo che questo si ripeta anche a Segrate. Non vogliamo rimanere paralizzati e inetti a causa di divisioni interne alla coalizione, che diventano occasione di scismi o di pugnalate alle spalle.

Non vogliamo dover scendere a compromessi con chi non ha a cuore il bene della nostra città, ma solo i suoi interessi. Siamo per un centrosinistra che si presenti unito, che valorizzi le differenze al suo interno con un ricco e costante dibattito, ma che sia coeso su alcuni principi di base.

 Non dubitiamo che su essi si possa trovare un facile accordo. Condividiamo tutti la necessità di aiutare le famiglie e le aziende nelle grandi difficoltà che affrontano tutti i giorni, di investire nella cultura e non sugli UFO, di migliorare il sistema di trasporti di rispettare il nostro territorio. Potrebbero essere questi i punti di partenza per costruire un programma comune da scrivere con l’impegno e la partecipazione di ciascuno.

Segrate ha spesso anticipato tendenze che si sono poi riproposte a livello nazionale, oggi vive la speranza di costruire una solida coalizione di centrosinistra capace di governare e rispondere alle esigenze dei nostri concittadini. L’auspicio è che possa essere un modello anche per il resto del Paese.
Siamo sicuri che le molte anime del centrosinistra segratese (Partiti, movimenti e liste civiche) condivideranno con noi di SEL questi pensieri.
E per questo che noi da sempre lavoriamo ed è per questo che invitiamo tutto il centro sinistra ad impegnarsi e a lavorare fin da oggi.

Uniti fabbricheremo una Segrate migliore!


Sinistra Ecologia e Libertà, Segrate

Le Coree Unite

Ma come non lo sapevate? Le due Coree si sono riunite! A dir la verità non ancora, ma è questione di giorni, anzi di ore. Il prode Antonio Razzi, segretario della commissione affari esteri del senato è partito proprio oggi per la Corea del Nord. Il suo scopo è chiaro e semplice: “cercare di promuovere un progetto che nelle mie intenzioni dovrebbe portare, perché no, a un ravvicinamento tra i due Paesi, e a una riunificazione, a distanza da quel lontano 1953, quando al termine della guerra si separarono. Far cadere quel “muro”, lungo il 38esimo parallelo, come si è riusciti a buttare giù quello delle due Germanie nel 1989, è ancora un sogno che potrebbe, però, diventare realtà‘.

Ma chi è l’uomo così sicuro dei suoi mezzi da tentare un’impresa così spregiudicata? Chi può cercare di unire due paesi che fino a qualche mese fa si minacciavano guerra e sembravano marciare a tappe forzate verso lo scontro armato? Antonio Razzi viene eletto nel 2006 in parlamento nelle file dell’IDV, ingiustamente sconosciuto ai più, balza agli onori della cronaca nel dicembre 2011 quando decide di votare a favore della fiducia al governo Berlusconi. Il suo voto insieme a quello di Scilipoti furono fondamentali. Il senso di responsabilità e il travaglio interiore che portarono a quella difficile scelta sono ben raccontati da Razzi in una nota intervista:

Non possiamo apprezzare che incarichi così delicati e di enorme importanza internazionale vengano assegnati a persone con un così alto senso dello stato e interesse per il bene comune!

Migranti massacrati, Mediterraneo

Si può amare un luogo, si può conoscerlo. Ne avevo sentito parlare, ho incontrato persone legate alla loro terra, ma non avevo mai capito cosa significasse. Qualche giorno fa ho iniziato un libro di Izzo. “Aglio, menta, e basilico” il titolo. Izzo ama il mediterraneo, le sue due sponde, le città che lo penetrano coi loro porti e che nascono e si trasformano per la loro unione col mare. Lo conosce perché si appropria del suo territorio e dei suoi ricordi. Perché dovunque vada si sente a casa, impara i miti ed entra a far parte, per un attimo, di quella storia. Lo conosce e lo ama perché il Mediterraneo, con la sua cultura, i suoi popoli, i suoi autori è una parte viva di lui e in fondo anche lui è una piccola parte della storia del mediterraneo, come tutti, e, come pochi, se ne rende conto.

Solo da uno come Izzo poteva nascere l’idea tanto assurda quanto sensata che l’Europa, in particolare quella mediterranea si stia dimenticando un pezzo di sé, stia diventando troppo europea dimentica del suo passato di terra bagnata dallo stesso mare dell’oriente e dell’Africa. Si stia dimenticando che proprio da lì ha avuto origine. Scrive Izzo:

Ovunque vado, oggi, ormai non mi parlano altro che di Europa. È per questo che vengo al faro Sainte-Marie. C’è di che disperare. Perché io non vedo nessun futuro europeo a Marsiglia. Nonostante quello che dicono. Marsiglia è città mediterranea. E il mediterraneo ha due rive. Non solo la nostra. L’Europa parla di una soltanto, oggi, e seppiatelo, in Francia questo va fin troppo bene. Trasformano questo mare, per la prima volta, in una frontiera tra oriente e occidente, tra levante e ponente. Ci separano dall’Africa e dall’Asia minore.
In nome delle Andalusie perdute, di Alessandria silenziosa, di Tangeri spezzettata, di Beirut massacrata, ci saremmo potuti ricordare che la cultura europea è nata sulle rive del Mediterraneo, nel Medio Oriente. Europa, casomai ci fosse il bisogno di ridirlo, era una dea della Fenicia rapita da Zeus!

Lui parla di Marsiglia, in particolare. In Italia tra colonie greche e fenicie, l’impero romano, le dominazioni arabe, le repubbliche marinare e i loro rapporti con l’oriente, credo possa valere lo stesso. Certo ne è passato di tempo da quando S. Agostino lasciava l’Algeria, sua terra Natale, per diventare, a Milano, padre della chiesa; sono passati i secoli da quando imparavamo la trigonometria dagli Arabi e loro erano i più grandi conoscitori di Aristotele. A lungo, tra guerre e massacri, le due sponde del mediterraneo sono state strettamente legate. Poi qualcosa è cambiato, cosa non saprei. Sta di fatto che l’Africa è diventata sempre più terra da sfruttare, e degli africani ci interessiamo solo quando cercano di varcare le frontiere. Pochi giorni fa è stato pubblicato un docufilm sui migranti che cercano di raggiungere la Spagna dal Marocco: sono accolti con spranghe e bastoni. È il video all’inizio di questo post. Nei nostri CIE non va tanto meglio. Sono centri di detenzione amministrativa, in cui sono rinchiuse persone che non hanno commesso reati, i reclusi sono migranti irregolari. I tempi di detenzione arrivano fino a 18 mesi, diverse associazioni denunciano la disumanità delle condizioni di vita al loro interno. Qui un link al sito di lasciateCIEntrare, per chi volesse approfondire.

Sì guardando il mare credo che se c’è un futuro per l’Europa, un futuro bello, è in ciò che Eduard Glissant chiama “la creolità mediterranea.”
È qui che si gioca tutto. Fra il vecchio pensiero economico, separatista, segregazionista (della Banca mondiale e dei capitali privati internazionali) e una nuova cultura, diversa, meticcia, in cui l’uomo rimanga padrone sia del suo tempo sia del suo spazio geografico e sociale.
Questo rivendico. Pienamente. Per fedeltà ai primi due amanti di Marsiglia, Gyptis e Protis. E quindi per amore.

Izzo, Aglio, menta e basilico.

EPITAFFIO PER ILCARDINAL ZANOLI

EPITAFFIO PER IL CARDINAL ZANOLI

LEGITTIMO IMPEDIMENTO E LEGITTIMO SOSPETTO
 PER IL DE RICHELIEU SEGRATESE

Siamo costernati e  affranti, per la “non inaspettata” dipartita, dalla politica amministrativa, dell’Assessore Zanoli, emulatosi alla causa del Sindaco per non fargli fare la oramai consueta  figura, di non rispettare gli impegni presi.

D ‘altronde il Sindaco, aveva annunciato solennemente ai quattro venti, che avrebbe ridotto drasticamente il numero degli Assessori, che l’unico indispensabile e quindi intoccabile, era proprio l’assessore Zanoli.

L’unico con cui dialogava e si confrontava,l’unico che aveva voce in capitolo e diritto a decidere,visto che gli altri erano, a suo dire e sintetizzando le sue dichiarazioni, “inutili e incapaci.

E invece, la figuraccia era alle porte e la prima marcia indietro il Sindaco era stato già costretto a farla, demandando per la prima volta ai partiti e a quegli stessi collaboratori ” insulsi”, una decisione da  prendere in vece sua.

E in presenza di un Sindaco che non impone la sua decisione da Sindaco,  i partiti che si guardano bene da assumersi la resposabilità di una promessa non loro che sacrificherebbe qualche ambita poltrona,  ecco il salvatore della patria, l’occabile e insostituibile Zanoli.

Tutto questo ragionamento fa pensare a un legittimo impedimento dell’Assessore a continuare in un sodalizio indissolubile che dura ormai da quindici anni, che nel bene e nel male lo ha legato al  Sindaco come una coppia solidale e fedele e che proprio come nei migliori dei matrimoni vi è sempre uno che si sacrifica all’altro.

Ma per colpa forse della tempistica, manca meno di due anni alle elezioni Comunali  e soprattutto ancor meno manca  all’entrata in vigore della legge, la n. 213 del 7 dicembre 2012, che,                                                                              obbliga gli amministratori pubblici  pubblicare i dati di reddito e di patrimonio con particolare riferimento ai redditi annualmente dichiarati; i beni immobili e mobili registrati posseduti; le partecipazioni in società quotate e non quotate; la consistenza degli investimenti in titoli obbligazionari, titoli di Stato, o in altre utilità finanziarie detenute anche tramite fondi di investimento, sicav o intestazioni fiduciarie.  .

Un legittimo Sospetto, sulle reali e più profonde motivazioni di queste inderogabili dimissioni, ci nasce dopo le dichiarazioni di un Consigliere Regionale che ha dichiarato che a Segrate

 “C’è un potente esponente della maggioranza che è molto molto contario a rendere pubblica la propria situazione economica, che è socio o amministratore di società dove sono pure soci altre persone che hanno interessi immobiliari a Segrate. Forse non ha piacere che si sappia che decisioni che lui contribuisce a prendere arricchiscono suoi soci in affari.

IL SOSPETTO DOPO TUTTO CIO’ E’ LEGITTIMO e la tempistica  non può che acuire il dubbio.

Un dubbio e un sospetto che può macchiare per sempre una vita dedicata alla politica, un percorso politico e soprattutto amministrativo di prim’ordine:

Risultati e scelte che, a ragione o a torto, sono e rimarranno nella storia di Segrate, un dubbio che può gettare un ombra pesantissima, anche su quella coppia indissolubile e legata ad un unico filo, che sono stati l’Assessore e il Sindaco.

Noi confidiamo che l’ormai ex Assessore, non voglia  in nessun modo avere ombre sulla sua brillante vita politica, passata e futura, che non voglia lasciare dubbi sul lavoro svolto, i risultati ottenuti e sulle scelte fatte, che non voglia, per forza di cose, che quei dubbi si estendano   al suo partner indissolubile, il Sindaco, e al lavoro fatto insieme.

Confidiamo quindi che, anche se non obbligato perché dimessosi, l’Assessore vorrà rendere pubblico il suo stato patrimoniale, come previsto dalla legge, sul sito del Comune, prima che il Consiglio ratifichi per sempre le sue dimissioni e forse quelle di qualche altro, ratificando per sempre il legittimo sospetto su di lui e il Sindaco per cui dice di essersi emulato

Procopio Gregorio Andrea

Segretario cittadino SEL SEGRATE

Approvata convenzione sul femminicidio

femminicidio

 

La Camera dei Deputati ha approvato la ratifica della Convenzione di Istanbul. Un primo passo contro la violenza sulle donne espresso con voto unanime, 545 sì su altrettanti deputati presenti.
Un segnale di sensibilità dell’istituzione, tanto più importante perché arriva nelle ore in cui, in Calabria, viene dato l’addio all’ennesima vittima della ferocia maschile, Fabiana, la giovanissima donna che in questi due giorni di interventi molti deputati e deputate hanno voluto onorare.
Ora il testo passa al Senato, dove ho fiducia che potrà contare su un’eguale attenzione. Si tratterà poi di varare la legge di attuazione della Convenzione, che abbia la copertura finanziaria necessaria per permettere la realizzazione dei concreti interventi di sostegno. Sono certa che il nostro Parlamento saprà continuare sulla strada oggi intrapresa. Così come spero che l’Italia possa assumere a livello internazionale un ruolo di traino verso quei Paesi – dell’Unione Europea o esterni ad essa – che non hanno ancora sottoscritto la Convenzione.

Laura Boldrini